Unicredit ci chiede tredici miliardi!

Vota questo articolo
(1 Vota)
Ci dicono che il sistema bancario italiano è solido; anche le maggiori banche italiane sono solide e, tra esse v’è Unicredit. Ci dicono che sono solide perché hanno coefficienti patrimoniali che soddisfano i parametri che vengono ritenuti “prudenziali” dalla comunità finanziaria internazionale; parametri santificati nei vari accordi detti di Basilea. Detta in soldoni se una banca possiede proprietà che nel loro insieme sono attorno al 10% dei propri impegni si deve ritenere solvibile e solida.

Fatto sta che proprio Unicredit chiede al mercato la bellezza di tredici miliardi di euro per rimpinguare il proprio patrimonio. Non si sa se ridere o piangere! Alcune domande si impongono spontaneamente all’uomo della strada: ma questi dove vivono? Non sanno che danari in giro (cioè presso la clientela retail) non ve ne sono più? Non sanno che la collocazione azionaria del risparmio è stata ormai inclusa tra le più rischiose? Non sanno che la classe media (e i suoi risparmi) non esiste più?

Ma esiste un’altra domanda: come mai queste banche “solide” hanno sempre bisogno di soldi per rimpinguare il proprio patrimonio? L’errore è proprio nell’assunto iniziale. La furia ragionieristica ha sancito che se la banca ha una proprietà sufficiente va tutto bene; i fatti hanno sancito che questo può essere vero in una situazione data, cioè in un dato momento; come in una fotografia. Ma, si sa, il presente è un attimo!  nel concreto accade che: 1) la valutazione di quel patrimonio varia da minuto a minuto e quindi in se non è altro che un valore indicativo; 2) quando quel patrimonio è grande lo si valuta in maniera sostanzialmente approssimativa (cioè lo si demanda al lavoro dei computer); 3) gli affari della banca variano in base all’andamento dell’economia in cui opera e quindi anche la credibilità della banca varia secondo un parametro, quello del Pil, totalmente ignorato da quelle leggi ragionieristiche; 4) quindi non è possibile MAI avere un criterio CERTO di solvibilità di una banca. Se poi il governo per salvare se stesso chiede tasse ad evasori e non, che inducono i cittadini a ridurre il proprio risparmio depositato in banca, il risultato è la fine progressiva del sistema bancario. Quindi non serve inacerbire le richieste di migliori “indici di patrimonializzazione”, maggiori controlli ed altre amenità simili di cui abbiamo già goduto nel passato, ma serve che assieme alle misure patrimoniali sempre più fuori dalla ragionevolezza, si rilanci l’economia di riferimento. Dato che l’idea semi demenziale ereditata dal Keynesianesimo di stimolare l’economia con maggiore spesa pubblica non è praticabile per evidenti ragioni contabili, è possibile rilanciare l’economia solo liberando i piccoli imprenditori dalla morsa dispotica della burocrazia (cioè della politica). Altro non v’è! Il futuro del sistema delle banche è legato strettamente al rilancio dell’economia e quindi alla liberazione delle Pmi dalla politica asfissiante della Pubblica Amministrazione.

Se poi ricordiamo che è possibile che si verifichi un effetto domino della politica della Fed di rialzo dei tassi e che questo evento non potrà non deprimere il valore dei cespiti costituenti il patrimonio delle banche, comprendiamo che le prospettive sono solo negative e che solo la liberazione delle Pmi dal dispotismo della burocrazia può salvare le banche e l’economia.