Accordo Enea-Mase contro l’inquinamento da PFAS nelle acque reflue
ENEA e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) hanno firmato un accordo di collaborazione per il monitoraggio e la ricerca sui PFAS, sostanze chimiche altamente inquinanti, nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione.
Finanziato con 2,5 milioni di euro, il più ampio accordo coinvolge anche: ISPRA (con il supporto del Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente - SNPA) per varie matrici ambientali, tra cui acque e suolo; Istituto Superiore di Sanità (ISS) per aria e acque superficiali e sotterranee; Istituto di Ricerca sulle Acque del Cnr (Cnr-Irsa) per acque superficiali e sotterranee e percolati di discarica.
Nell’ambito dell’accordo con il MASE, ENEA porterà avanti tre linee di attività attraverso il Dipartimento Sostenibilità, coordinate dalla ricercatrice Barbara Benassi della Divisione Biotecnologie e realizzate in sinergia con le due Divisioni di Economia circolare e Impatti antropici sul territorio.
La prima linea di attività prevede un’analisi della presenza dei PFAS in acque reflue e fanghi di depurazione, articolata per classe di molecole, matrice e area geografica, a livello nazionale ed europeo, e un’indagine sullo stato dell’arte delle tecnologie di rimozione e abbattimento, con particolare attenzione alla loro efficacia sulle diverse molecole. Tra le tecnologie esaminate per la rimozione dei PFAS, un focus sarà dedicato all’incenerimento.
La seconda linea di attività consiste nello sviluppo e validazione di tecnologie innovative di biorisanamento per la rimozione dei PFAS dalle acque reflue di depurazione. “All’inizio ci concentreremo sui metodi di monitoraggio dei PFAS e sulla selezione e caratterizzazione di consorzi microbici potenzialmente in grado di degradarli”, spiega Barbara Benassi di ENEA. “Successivamente - prosegue - il processo di biorisanamento sarà applicato e validato su campioni reali provenienti da diversi impianti di depurazione”.
Nella terza linea di attività il team ENEA valuterà gli effetti tossicologici dei PFAS su ambiente e persone. Una parte rilevante dell’attività riguarderà la valutazione del rischio ambientale legato al riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e del potenziale impatto sulla salute umana associato all’esposizione indiretta ai PFAS attraverso alimenti irrigati con tali acque. “La contaminazione da PFAS rappresenta una criticità emergente nella gestione delle risorse idriche, a causa della loro persistenza, mobilità ambientale e capacità di bioaccumulo. Questi risultati consentiranno di definire il rischio per gli ecosistemi e per l’uomo e di fornire un quadro complessivo degli impatti legati alla presenza di PFAS nelle acque reflue”, aggiunge Benassi.
I PFAS costituiscono una vasta famiglia di sostanze chimiche sintetiche, ampiamente utilizzate in processi industriali e in molti prodotti di uso quotidiano, come pentole antiaderenti, imballaggi per alimenti (anche le scatole per le pizze), indumenti idrorepellenti e schiume antincendio. Proprio per gli elevati livelli di industrializzazione, in Italia le regioni più colpite risultano il Veneto, la Lombardia e il Piemonte anche se il fenomeno è di portata nazionale.
Il loro impiego è legato alle proprietà molto stabili dal punto di vista chimico che li rendono resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Proprio questa stabilità, dovuta alla forza del legame tra carbonio e fluoro, li rende estremamente difficili da degradare nell’ambiente. Per questo motivo sono spesso definiti forever chemicals, cioè “sostanze eterne”, perché possono persistere per tempi molto lunghi senza degradarsi. I PFAS tendono infatti a diffondersi in acque, suoli, sedimenti, reflui e fanghi di depurazione e possono accumularsi nei tessuti degli organismi viventi e lungo la catena alimentare.
In conformità con i nuovi valori limiti nell’acqua potabile introdotti dall’aggiornamento della direttiva europea, a partire dal 2026 la Commissione Ue obbliga gli Stati membri a monitorare i livelli di PFAS in modo armonizzato.

